SPECIE CONTEMPORANEA: L’EVOLUZIONE DELLA CARNE IN SUONO ATTRAVERSO I DEVICE E I RITUALI EVOLUTIVI DI MARCO DONNARUMMA

MARCO DONNARUMMA X FRANCESCA ARRI

Marco Donnarumma è indubbiamente uno degli artisti italini più interessanti del panorama internazionale.

Performer e studioso, a partire dal 2000 intreccia performance, new media art e computer music, prediligendo sempre la ricerca sul corpo.

Per noi è un immenso onore presentare questo dialogo a cura di Francesca Arri per la rubrica Club Visioni.


Francesca Arri: Ciao Marco, grazie di aver accettato il nostro invito, da artista performativa seguo da parecchio il tuo lavoro, un’opera quasi posthuman che usa il suono e la materia meccanica come naturale proseguimento della carne. Puoi spiegarci meglio come e cosa ti ha portato a questa ricerca e se ci vuoi parlare del tuo rapporto con il tuo corpo e con il concetto di corpo in genere e di macchina?

Marco Donnarumma: Grazie Francesca. Nasco come musicista e sound designer, inizio a lavorare come artista nel 2004. Dopo sei anni di ricerca nel campo della performance interattiva audiovisiva, sound art e netart, nel 2010 – durante un master di ricerca all’Università di Edimburgo – ho creato l’XTH Sense, uno strumento musicale biofisico che permette di creare musica in tempo reale a partire dai suoni del corpo di un performer, suoni dei muscoli che si contraggono, delle ossa, del sangue che scorre nelle vene. Da quel momento ho cominciato un percorso di ricerca artistica e teorica sulle molteplici relazioni del suono, il corpo e la human-computer interaction. Durante il mio dottorato alla Goldsmiths University a Londra ho avuto l’occasione di approfondire sia la mia ricerca scientifica – in particolare sui segnali biologici del corpo e la loro interazione con macchine computazionali – sia quella teorica – specializzandomi in studi culturali del corpo, quindi letteratura femminista, studi critici della  disabilità, fenomenologia, e filosofia della tecnologia.

La relazione col mio corpo è sempre stata conflittuale. Ho un corpo che oggigiorno potrebbe sembrare ottimale e “moderno”, ma in realtà è sottopeso di 20kg e ha un severo grado di sordità. Conoscere questi limiti del mio corpo è stato inizialmente un trauma, come lo è per tantissime persone. Si pensa spesso che la disabilità sia una cosa che capita agli altri e che rende le persone aliene dal tipo di corpo che viene considerato normale. Ma la verità è che la disabilità è un esperienza comune a tantissime persone, molte più di quello che si pensa e molte persone che si ritengono “normali” oggi, al momento della vecchiaia non lo saranno più. La disabilità non è una questione di bianco o nero, ma una questione di gradi. Detto questo, il corpo è tutto. Infatti il mio sguardo sulla tecnologia passa sempre attraverso la lente del corpo. Il corpo può essere un corpo umano o animale o vegetale, il corpo del suono, il corpo delle macchine…

Eingeweide  / Photo Giovanni de Angelis - courtesy of the artist - Marco Donnarumma
Eingeweide  / Photo Giovanni de Angelis – courtesy of the artist

F.A.: Il suono è il mezzo più coinvolgente sia a livello spaziale che fisico, io vedo il clubbing e le feste come grandi rituali collettivi, performance, happening, spazi di libertà dove l’individuo torna primitivo, trascende la parola e le convenzioni per collegarsi all’altro tramite le frequenze, la vibrazione, i beat… Che cos’è per te il suono, come lo plasmi e usi, a che scopo?

M.D.: Capisco bene cosa intendi. Per diversi anni, da adolescente mi sono immerso nella cultura rave ed è stata un esperienza che custodisco con cura sia nel mio intimo che nei miei lavori. Come ho detto sopra, il suono è un altro tipo di corpo per me. É composto di vibrazioni e come tale si propaga in maniere precise ma a volte incredibili, può cambiare la percezione di esseri viventi in maniera drastica, e può provocare reazioni che bypassano le capacità cognitive, attiva i muscoli senza cognizione, rianima la memoria senza pretesti. Ecco in questo senso il suono per me è fondamentale. Ad esempio, faccio molta fatica a coreografare o a ricercare movimenti, se il mio corpo non produce suoni mentre si muove (con l’XTH Sense). Come faccio anche molta fatica a esperire performance di danza e teatro dove il suono è solo una playlist di pezzi suonati come accompagnamento. 

Per quanto riguarda le tecniche che utilizzo, variano molto anche se in generale lavoro sempre in multicanale, in particolare per poter utilizzare tecniche di psicoacustica che risuonano sia gli spazi in cui performo sia gli altri corpi presenti. Avendo questo grado di sordità parecchio severo devo ammettere che non mi preoccupo più tanto delle frequenze oltre i 6.000Hz …perché non posso sentirle neanche con i miei apparecchi acustici!

F.A.: Vivi a Berlino, luogo dove i club operano naturalmente in crossover con il mondo dell’Arte Contemporanea, perso alle performance al Berghain con compagnie di Danza Contemporanea in collaborazione con Dj, o alle installazioni multimediali dell’Atonal all’interno del Tresor, da noi questo è più difficile, si viaggia molto a compartimenti stagni, con pubblici settoriali e forse prevenuti, noi stiamo cercando di aprire dei varchi in questo senso, soprattutto in un momento di enorme difficoltà per la cultura dal vivo. Come trovi il panorama culturale italiano? Cosa pensi che l’artista debba fare in questo momento, viste anche le restrizioni date dalle regole anti Covid? Cosa succede da voi?

M.D.: Onestamente penso che con questa pandemia in atto dovrebbe essere possibile per coloro che lavorano nell’arte – e non solo – poter decidere di fermarsi. Trovo ridicolo il fremere di attività online, tutti lanciati a produrre sempre di più nonostante molte società umane stiano collassando. Baudrillard l’aveva preannunciato tanto tempo fa – anche se non sono sempre d’accordo con le sue visioni – il dominio della velocità dei simulacri, dei simboli finti è inesorabile, proprio come aveva avvertito lui. E questo è diventato palese in questi ultimi due anni dove i cicli di hype hanno colonizzato qualsiasi ambiente culturale e la pandemia ha solo aumentato la schizofrenia delle società capitalistiche.

A Berlino c’è del crossover, ma è molto meno di quello che si pensa. Funziona tutto a circoli di èlite, come in ogni capitale. La differenza a Berlino è che c’è spazio per attività indipendenti che non si allineano. E con spazio intendo risorse, posti, comunità. Non sono tanto al corrente del panorama italiano, onestamente, ma da quel che so, penso che sia quel tipo di “spazio” a mancare. Ho diversi colleghi in Italia che – come voi – fanno ottimo lavoro indipendente e critico, ma vedo anche quanta fatica si fa a poter sopravvivere con questo tipo di approccio, senza considerare neanche la fatica immane di disseminarlo e venire riconosciuti per questo. In Germania questo processo è molto più aperto, nonostante la Germania sia un paese fondamentalmente conservatore dal punto di vista culturale. Esistono pero molte nicchie di avanguardia – dalla media art alla performance art, e la danza e il teatro –  che quando riescono a lavorare bene non trovano ostacoli impossibili sul loro percorso, e cosi nuovi movimenti possono nascere e essere coltivati.

Humane Methods [Δnfang] / Photo Giada Spera - courtesy of the artist - Marco Donnarumma
Humane Methods [Δnfang] / Photo Giada Spera – courtesy of the artist

F.A.: La formazione: seminari, workshop o laboratori fanno parte della tua pratica, che ruolo hanno all’interno della tua ricerca e nella costruzione dell’opera? Come si sviluppa la tua pratica di confronto con i partecipanti ai laboratori e poi con il pubblico?

M.D.: Beh sono intrecciati, si nutrono l’un l’altro. Mi piace molto “insegnare” o mediare per usare un altro termine, mi piace anche molto stimolare discussioni fra i partecipanti dove io posso scomparire e i pensieri prendono una vita propria. Da qualche anno sto cercando di sviluppare un workshop di movimento e computazione critica, ho fatto degli esperimenti finora e muoversi aiuta a capire concetti molto complessi in maniera più intuitiva, ed è molto interessante. Trovo molto gratificante anche condurre workshop di movimento e suono, facendo scoprire ai partecipanti che il modo in cui pensiamo di poter usare il corpo è una visione frammentata dal background culturale e rinforzata dai sistemi capitalistici. 

F.A.: Trovo una poetica rituale e oscura nel tuo lavoro, una violenza profonda, dovuta da un senso di controllo forse: la fascinazione verso un universo altro, onirico o trascendentale che possa collegare sangue e meccanica al di sopra di essi è forse il timore e la paura verso quello che studi e la sua realizzazione nella vita reale?

M.D.: Ci sono due modi di rispondere a questa domanda, e i due modi sono complementari. Il primo è semplice e stupido forse: la poetica dei miei lavori è un riflesso della mia personalità, o della mia intimità se vuoi, e di come si relaziona a coloro che ho intorno, animali umani e di altre specie, piante, foreste, insetti, macchine, dati, suoni. Ogni artista con la sua arte da via un pezzo di sé. Il secondo modo di rispondere è quello più serioso. Per me il lavoro che faccio rappresenta il mondo odierno, piuttosto che un mondo futuro. Ed è per questo che è oscuro e violento. Il mondo in cui viviamo è cosi: brutale e gretto. Io ne prendo i simboli, le macerie, la polvere, il sangue e cerco di dargli un altro senso.

Humane Methods [Δnfang] / Photo Manuel Vason - courtesy of the artist - Marco Donnarumma
Humane Methods [Δnfang] / Photo Manuel Vason – courtesy of the artist

Ominous / Photo Ugo Dalla Porta - courtesy of the artist - Marco Donnarumma
Ominous / Photo Ugo Dalla Porta – courtesy of the artist