UNDERGROUND, CLUBBING E PERFORMANCE ART: DARIO ROSSI È LA NARRAZIONE DELLA LIBERTÀ DEL SUONO

DARIO ROSSI X FRANCESCA ARRI

Francesca Arri incontra Dario Rossi artista che grazie alle sue capacità d’azione dal vivo diventa una drum machine, suonando pezzi techno con la velocità dei suoi gesti su materiali di recupero scelti da lui per le loro proprietà sonore. Performer che diventa suono e opera nella ricerca verso lo spazio, gli oggetti, l’ascolto, la memoria e il senso d’azione portandolo al suo sviluppo concettuale con le scelte professionali e di crescita del suo operato grazie anche al rapporto con il prossimo, che sia pubblico, allievo o interlocutore, per strada, in studio, dentro e fuori dal club da osservatore critico e pensatore libero.


Courtesy of the artist

Francesca Arri: Benvenuto Dario, grazie di aver accettato il nostro invito. Ho avuto la fortuna di vederti dal vivo a Torino qualche anno fa al Bunker per We Play The Music We Love. Il tuo lavoro è fortemente performativo per il coinvolgimento del pubblico e dello spazio attraverso il suono e la velocità dei tuoi movimenti, che diventano visivamente una coreografia. Uno spettacolo da non perdere. Ci racconti come nasce il tuo lavoro, da dove, come hai studiato e perché la scelta di suonare in questo modo e con questi utensili?

Dario Rossi: Vi ringrazio innanzitutto per supportare il mio lavoro e aver scelto di intervistarmi.

Ho iniziato ad avvicinarmi al suono e alla musica sin dalla mia infanzia, nei primi anni ‘90. Mi piaceva molto ascoltare le musicassette di qualche anno prima dei miei genitori, sulle quali erano incisi diversi album e compilation degli anni ‘80, sul versante Italo-disco, synth-pop e New wave. Pur non sapendo cosa fossero, ero molto affascinato dal timbro dei sintetizzatori e drum machine e ricordo che domandavo a mio padre come fossero stati ottenuti quei suoni. Lui non era un musicista, ma un giorno mi rispose: “quel suono potrebbe essere un barattolo”. Scoprì soltanto molti anni dopo che si trattava di un suono analogico processato, ma all’epoca fu di fondamentale importanza per me ricevere quella risposta e iniziai ben presto a sperimentare soluzioni per ottenere i suoni che mi piacevano. Intorno ai 7/8 anni creai il mio primo set composto da oggetti con lo scopo di emulare le batterie elettroniche. Ad esempio, attaccavo collane e catene sotto la superficie di tutti i barattoli che reperivo in casa per ottenere un sound più “freddo” e metallico, simile allo snare della SIMMONS. Per riprodurre l’hi-hat facevo invece rimbalzare a terra l’anta di uno stendino. Avevo fatto un foro con il saldatore da elettricisti su un lato del fusto rosso delle LEGO, ci incastravo dentro una penna BIC che sorreggeva una piccolo coperchio e che aveva un suono che si avvicinava alla campana tibetana. Tutto questo “background” passò poi in secondo piano quando nel 1998 iniziai a studiare percussioni, e successivamente batteria. Frequentavo la scuola di musica del mio paese, e suonavo il rullante nella banda. Mi ostinavo abbastanza a leggere le partiture e seguire le regole, e mi divertivo ad inventare e arrangiare sul momento. Per questo ero molto apprezzato da alcuni, e meno da altri.

Di lì a poco, nel 2000/2001, iniziai a suonare la batteria nel mio primo gruppo e ne seguirono molti altri. Non riuscivo però ad esprimere con nessuno di questi le mie idee “sperimentali”; non per colpa degli altri componenti, ma per il fatto che sentivo di avere una sensibilità musicale diversa dalla maggior parte dei batteristi, anche se non ne ero ancora perfettamente consapevole.

Quando ero bambino mi permettevo di fare quello che volevo e usavo come bacchette due antenne radio fm segate a metà. Ovviamente il discorso cambia quando si inizia a fare musica per gli altri, perché ciò presuppone l’aver trovato una quadra che ti permetta di essere te stesso dietro al tuo strumento, che ti faccia sentire disinibito e a tuo agio, ma che al tempo stesso non sia improvvisata.

Dopo aver frequentato il SAINT LOUIS COLLEGE OF MUSIC di Roma, lavorando parallelamente come barista, nel 2010 mi sono trasferito a Londra. La permanenza è durata un anno e l’ho vissuta facendo un percorso introspettivo su tutto ciò che ero stato prima di iniziare a studiare musica. Poco prima di partire avevo iniziato a produrre musica elettronica, avevo un progetto solista che si chiamava sempre “Dario Rossi”, ma all’epoca cantavo, suonavo i sintetizzatori e facevo un genere di ispirazione post-punk. A Londra portai con me varie copie di un album che avevo prodotto, e lo iniziai a presentare a tutte le label che conoscevo: suonavo il citofono e salivo. Non mi ha mai contattato mai nessuno, quindi parallelamente facevo lavori saltuari (il dj a qualche serata e ho suonato per un po’ in un gruppo). Il giorno più importante è arrivato poco prima di tornare in Italia: rimasi colpito da alcuni artisti di strada, mi piaceva la loro libertà nel crearsi il proprio palcoscenico. Ho raccattato degli oggetti nella casa dove abitavo (con dei coinquilini indiani) e fatto una borsa piena zeppa con tutto ciò che avrei voluto suonare per la mia primissima performance in strada. Un sabato sera ho preso la metropolitana da solo fino a Piccadilly Circus… è proprio lì che tutto è iniziato!

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F.A.: In questo ciclo di interviste voglio analizzare l’Arte dal vivo in un dialogo tra Performance Art e Clubbing. Tu sei un interessante spunto: hai radici nell’arte di strada e ti esibisci nei club producendo ritmiche techno. Che rapporto hai col mondo del clubbing non essendo il classico dj o producer?

D.R.: Ultimamente mi sono leggermente distanziato dal mondo del clubbing, perché percepisco che per alcuni aspetti non mi riguardano.

Mi spiace vedere come spesso la musica elettronica non sia vissuta in modo puro e naturale, e che venga usata essenzialmente come veicolo per alienarsi dalla realtà. In pista si sta tutti insieme ma spesso isolati e distanti. Credo si sia un po’ perso il significato di condivisione e socialità, e quando leggo sui social “NO LOVE. JUST TECHNO”, sinceramente rabbrividisco.

La cassa in 4/4 è il ritmo tribale per eccellenza, non capisco come possano essere travisate le vibrazioni che emana. Mi piace molto lavorare nell’ambiente, ma onestamente cerco di trasmettere un messaggio più ampio e libero: Il suono è tutto, per tutti. Il clubbing fa parte della realtà, ma non la racchiude certamente tutta.

Non penso di essere meglio di qualcun altro, ho semplicemente scelto di raccontare me stesso e mostrare la mia identità fuori e dentro da questo contesto.

F.A.: Su questo sono d’accordo: per me il dancefloor è un enorme sabba, un rito sciamanico, una performance in cui la vibrazione del suono unisce i movimenti e le menti degli individui, qualcosa che va al di là. Forse il movimento underground sta facendo qualcosa in questo senso per preservare l’essenza e la libertà di questa forma d’arte, non credi che sia anche questo clubbing?

D.R.: Assolutamente sì! Secondo me il vero “clubbing” dovrebbe essere esattamente come lo hai descritto e spero che dopo questo periodo allucinante, nel quale stiamo assistendo alla chiusura delle discoteche e alla cancellazione dei festival, possa nascere un nuovo modo di condividere il dancefloor e non soltanto sui social come testimonianza della serie “about last night”.

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F.A.: In performance l’audience è una parte fondamentale che può cambiare l’opera radicalmente mentre per un dj la sala è anche spunto di energia e feedback. Devi ovviamente essere concentratissimo per operare con precisione a quella velocità, ma è importante cosa e chi ti circonda per la realizzazione del pezzo? Com’è il rapporto con il pubblico? In passato ti esibivi in strada, ora nei club: che differenze ci sono?

D.R.: Bella domanda! Credo che la differenza sia che il club è rispetto alla strada “un’istituzione”. Il pubblico colto del club sa già cosa si aspetta e di conseguenza nutre già delle aspettative alte dopo aver sentito dei feedback positivi su un determinato artista. C’è poi il pubblico più “di massa”, che considera un artista interessante principalmente per il fatto che ha seguito e dunque imprescindibilmente “bravo”. In strada non esistono tutte queste dinamiche, è l’artista stesso a creare il proprio palcoscenico e sia lui sia il pubblico non sanno cosa aspettarsi dalla situazione: è tutto in divenire!

F.A.: Come strutturi la messa in scena della tua opera, considerando anche la strumentazione fatta da te? Hai sempre gli stessi oggetti? Come li selezioni o costruisci?,

D.R.: Tutto ciò che utilizzo è accuratamente selezionato in base al suono non troppo in base all’oggetto. Di norma ho sempre gli stessi strumenti, ma di tanto in tanto vado a caccia di altri e in genere “arruolo” nel mio set quelli più maneggevoli e che si sposano meglio anche con bassline e campionatore.

F.A.: Fare performance richiede preparazione e allenamento: seguire training, metodo, concentrazione, studio dell’altro e psicologia; anche un violinista deve suonare tutti i giorni per rimanere allenato nei suoi movimenti e non perdere fluidità. Tu come ti prepari?

D.R.: Penso che alla base di un equilibrio tra il cuore e la mente ci sia la capacità di riuscire a rallentare e soprattutto sapersi ascoltare. In genere non passo molto tempo in studio a produrre musica, ma lo faccio moltissimo quando ho l’idea giusta e sento di volerla realizzare al più presto. Quando non mi sento ispirato, significa che ho altro a cui pensare e dunque credo sia inutile sforzarsi. In quei momenti mi dedico di più a me stesso, ad un ascolto attento e selettivo di nuova musica, oppure faccio sport e passeggio nella natura. In particolare dopo un weekend lavorativo dove mi capita di avere più eventi attaccati, mi piace molto andare al lago da solo con il mio Walkman a cassette. Mi piace ascoltare nuova musica guardando il cielo, gli alberi, l’acqua e la luce del sole. È per me una grande fonte di ispirazione, perché credo che la musica sia anche “immagine” e che ogni suono abbia un “colore”. In sintesi, credo che la mia “sala prove” più tangibile con la realtà sia il live stesso.

Quando ho qualcosa di nuovo da proporre, non lo provo quasi mai prima in studio, mi piace decisamente di più sperimentarlo direttamente dal vivo, in modo che posso rendermi conto di come arriva al pubblico e quale energia mi torna indietro.

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F.A.: L’arte dal vivo, come il mondo del clubbing, ha subito un duro colpo dalla situazione attuale fatta di restrizioni e regole di distanziamento. Istituzionalmente è tutto molto problematico: il mondo underground si è mosso un po’ per voglia di libertà, un po’ per bisogno di condivisione, ovviamente il tutto non ufficialmente. Come influisce questa situazione sul tuo lavoro? Secondo te come possono gli artisti fare qualcosa in merito?

D.R.: In seguito alla pandemia ho perso molti eventi e serate, in particolare all’estero, anche se durante l’estate ho avuto la fortuna di lavorare all’aperto qui in Italia. Personalmente sento di stare molto “con i piedi per terra”, ma di non darmi per vinto. Credo che questo momento sia l’opportunità per fare e creare qualcosa di diverso, che non sia necessariamente una nuova traccia in studio.

Il mondo ci sta dando sicuramente dei segnali, ma sta a noi saper cambiare, ascoltare e rallentare (che non significa perdere tempo!).

Personalmente mi sono già attivato su altri fronti: sto avviando una scuola di percussioni, batteria e musica elettronica. La prendo come un’opportunità per ridimensionarmi e raccontare me stesso anche fuori dal palcoscenico, portando sempre avanti il mio “marchio di fabbrica”, ma sotto un aspetto più umano e con i “riflettori spenti”.

F.A.: Ci puoi dire di più sulla tua nuova esperienza da insegnante? Cosa stai facendo nascere?

D.R.: Il nuovo percorso che ho intrapreso prende il nome di “RITMODERNO”, proprio per il fatto che la mia forma d’espressione musicale è il connubio tra il ritmo – nella veste più tribale e ancestrale – e la modernità, nella mia particolare ricerca di materiali riciclati e al loro accostamento a sonorità elettroniche.

Avevo già in mente di creare un’altra alternativa agli eventi e le serate, anche se non pensavo sarebbe arrivato così presto il momento di farlo. La mia idea, prima che arrivasse la pandemia, era infatti quella di continuare a “spingere” per almeno altri dieci anni per poi prendermi una lunga pausa con l’obiettivo di creare un piccolo “porto sicuro” dove potessi svolgere il mio lavoro in una forma più rilassata e tranquilla. Personalmente non credo nel caso, così ho interpretato l’arrivo della pandemia come un segnale ben chiaro. Evidentemente mi dovevo fermare proprio ora per essere in grado di ripartire in futuro con un nuovo equilibrio.

Alla fine dello scorso anno sono stato contattato da una scuola in Francia per tenere un seminario sul mio particolare modo di fare musica, davanti a tutti i bambini dell’istituto. Il passo successivo doveva essere quello di intraprendere dei laboratori con gli alunni, giungendo alla realizzazione di una vera e propria live performance che avrebbe visto la mia esibizione assieme a tutti loro, ognuno con il proprio strumento. È stata una delle più belle esperienze di tutta la mia vita! In passato avevo già insegnato batteria nella forma “tradizionale”, ma questo evento mi ha dato la forza per partire con un corso di musica assolutamente non convenzionale e incline alla mia visione del ritmo, del suono e della musica.

Ultimamente mi sono distaccato dal continuo creare materiale e contenuti fine a se stessi, perché credo che in questo momento non abbia molto senso postare materiale vecchio sui social per restare sulla cresta dell’onda. Sto piuttosto pubblicando dei video per promuovere i miei corsi, e il mio obiettivo non sono dunque i likes e le visualizzazioni. In questo progetto sto cercando di dare un seguito a tutto ciò che ho costruito e seminato in questi anni di attività. Piuttosto che fare “il maestro” mi interessa condividere con gli altri le mie esperienze umane e artistiche per arricchire e arricchirmi, perché credo che ogni giorno si abbia la possibilità di apprendere qualcosa da tutto ciò che facciamo e da tutte le persone che incontriamo.

Riprenderò sicuramente a suonare appena gli eventi ripartiranno ma con una consapevolezza e un approccio assolutamente diversi, che mi consentiranno anche di portare avanti questa piccola grande realtà che sto facendo nascere.