A LUNGO ANDARE

MATTEO MONTANI X FRANCESCA VITALE

Matteo Montani, nato a Roma nel 1972, dopo essersi diplomato all’Accademia di Belle Arti di Roma lavora ai suoi paesaggi immateriali e rarefatti su fogli di carta abrasiva, ragionando sul concetto della visione, della memoria e della transitorietà.  

Nel 2000 Montani vince ex aequo il Premio Suzzara e un anno dopo partecipa alla Biennale dei Giovani Artisti dell’Europa e del Mediterraneo a Sarajevo. Ha partecipato alla XV Quadriennale di Roma ed è stato vincitore del Premio Michetti nel 2018.

“In between”, 2015, 2016 - tecnica mista su piano da lavoro dell’artista, cm 122x93 - Matteo Montani - courtesy of the artist
“In between”, 2015, 2016 – tecnica mista su piano da lavoro dell’artista, cm 122×93 – courtesy of the artist

Francesca Vitale: Qual è il tuo primo ricordo legato alla pittura? Quando hai capito che il tuo destino sarebbe stato quello dell’artista?  

Matteo Montani: Il primo ricordo legato alla pittura sono state delle sperimentazioni che facevo insieme a mio padre intorno ai quattro/cinque anni ritagliando immagini da settimanali a colori e trasferendole con un tampone imbevuto di trielina su dei fogli bianchi per poi  intervenirci con i pennarelli. A dieci anni fui folgorato da una polaroid dove gli acidi  avevano fatto una reazione e l’immagine non si era impressa, bensì si formò un paesaggio magmatico impressionante.  

Ho capito definitivamente che il mio destino sarebbe stato questo un primo pomeriggio, steso sul letto a pancia in giù guardando le venature del pavimento di marmo policromo, a un certo punto si formò un’immagine. 

F.V.: Mi racconti come, per te, la pittura sia il risultato di una forma di metamorfosi? 

M.M.: Cerco di assecondare il movimento della materia per fermare un momento nel quale la percezione e lo sguardo, improvvisamente, hanno una visione o una rivelazione, riconoscendo qualcosa o scoprendola. In questo senso fare in modo che la pittura abbia una sua vita autonoma e sia sempre soggetta a delle metamorfosi è il mio filo teso sul vuoto e ogni opera finita in qualche modo significa averlo attraversato. 

F.V.: So che l’alba è per te uno dei momenti fondamentali per la tua arte, come mai? 

M.M.: Perché è il momento del cambiamento, dunque della possibilità.  

F.V.: Come scegli i materiali delle tue opere?  

M.M.: Credo di essere arrivato alla scelta di determinati materiali per diversi motivi. Alcuni per affinità elettiva, altri per aver fatto un lungo lavoro di scarto di tutto ciò che non restituiva una coincidenza con il desiderio profondo che credo ogni artista abbia di trovare il rovescio della medaglia della propria anima.

F.V.: Mi racconti come nasce la raccolta di opere raccontate in “A lungo andare – Unmooring”?  

M.M.: Nasce da alcuni pomeriggi di prima estate, quando l’oro del sole sulle correnti delle acque credo mi abbia lasciato un’impressione fortissima insieme all’esperienza esistenziale che stavo vivendo. Questo l’ho capito dopo, lavorando. Questa esperienza combaciava dunque con un sentimento preesistente che probabilmente, dal momento che sono un artista, era un sentimento che aveva un suo risvolto interiore fatto di immagini. Le immagini esterne e quelle interne si sono incontrate e quando l’ho capito ho avuto un’intuizione: che dovevo dipingere come se niente fosse. Un disormeggio… Dipingere come se niente fosse sarà il titolo di un ciclo di lavori: mi piace molto per la sua ambiguità e nell’arte la parola ambiguità ha una valenza prevalentemente positiva perché produce possibilità.

F.V.: Cosa ti ha spinto a passare dall’uso monocromatico del blu agli altri colori? 

M.M.: Credo sia stato fisiologico. Quel blu lì è il blu dell’alba, ma poi il giorno, a volte con violenza a volte con dolcezza ti mette di fronte al colore. Tu vorresti rimanere in quel mezzo, in quella sospensione, e lo puoi fare ricreando quella condizione interiormente, ma vedo che a un certo punto il colore, la vita, ha chiamato più forte. Ora sto lavorando sullo spettro infatti, che forse è proprio il suo contraltare! 

La Grazia dello strazio, 2015 - Oil on sand paper mounted on canvas - Matteo Montani - courtesy of the artist
La Grazia dello strazio, 2015 – Oil on sand paper mounted on canvas – courtesy of the artist
Fostèr, 2015 - oil on sand paper on canvas - Matteo Montani - courtesy of the artist
Fostèr, 2015 – oil on sand paper on canvas – courtesy of the artist
Depth, 2013 - Watercolor on paper mounted on canvas - Matteo Montani - courtesy of the artist
Depth, 2013 – Watercolor on paper mounted on canvas – courtesy of the artist

F.V.: Qual è stata la soddisfazione più grande durante la tua carriera da artista?  

M.M.: La mostra Andarsene al Museo Andersen di Roma: non avevo nessuno alle spalle. Il gallerista si era rivelato un ladro e truffatore, la mia famiglia si era disgregata, il mercato era fermo. Ero al limite… Feci una mostra incredibile, rischiosa, per dei versi dove c’erano anche delle cose che non funzionavano, ma mi ero messo completamente in gioco. Una  mattina mi chiamarono dal Museo dicendo che il timer collegato ad una scultura che si doveva sciogliere un po’ alla volta la notte si era rotto e la scultura era praticamente tutta sciolta. Arrivai lì e benché dispiaciuto per aver perso gran parte dei passaggi dell’opera mi resi conto che era bella, forte… Quel giorno doveva venire la Sovrintendente alla Galleria Nazionale di Arte Moderna che rimase profondamente colpita e propose l’acquisizione  dell’opera. Questo dimostra che non esiste solo il “sistema”. Ed è proprio questo il  messaggio che vorrei dare ai giovani artisti: credere più in sé stessi che nel sistema. 

F.V.: Ci sono luoghi a cui sei particolarmente affezionato? Posti che hanno formato te e il tuo modo di intendere l’arte… 

M.M.: La Città Giardino nel quartiere di Montesacro a Roma: ci passa il fiume Aniene, c’è un parco lasciato a sé stesso e ha qualcosa di magico. L’isola Tiberina. Poi le forre dell’Etruria meridionale con i piccoli corsi d’acqua, le strade tagliate nel tufo e le nebbie mattutine. I riflessi sul lago di Bracciano appena dopo il tramonto, che lo fanno sembrare di un metallo liquido e denso.

Counterpoint, 2019  - Oil and bronze powder emulsified on sandpaper mounted on canvas - Matteo Montani - courtesy of the artist
Counterpoint, 2019 – Oil and bronze powder emulsified on sandpaper mounted on canvas – courtesy of the artist
Little Himn, 2017 - Oil and bronze powder on sand paper mounted on canvas - Matteo Montani - courtesy of the artist
Little Himn, 2017 – Oil and bronze powder on sand paper mounted on canvas – courtesy of the artist
No title, 2016 - Oil on sand paper mounted on canvas - Matteo Montani - courtesy of the artist
No title, 2016 – Oil on sand paper mounted on canvas – courtesy of the artist