ALZATE LO SGUARDO QUI, SU!

GIUSEPPE PALMISANO X LIDIA FLAMIA

Giuseppe Palmisano nasce nel 1989 a Ceglie Messapica, in Puglia. Unisce l’esperienza teatrale alla ricerca fotografica, dando vita a performance e lavori collettivi di grande impatto e grande senso estetico. Nel 2015 pubblica il suo primo libro “Oltrepensare”. Nel 2017 realizza “Vuoto” un’opera d’arte partecipata che ha coinvolto 150 donne. Nel 2019 ha venduto la sua identità artistica come “iosonopipo” in un’asta su eBay. Attualmente vive a Bologna.

Vuoto, 2017 - © altrospaziophotography.com - Giuseppe Palmisano - courtesy of the artist
Vuoto, 2017 – © altrospaziophotography.com – courtesy of the artist
Vuoto, 2017 - © altrospaziophotography.com - Giuseppe Palmisano - courtesy of the artist
Vuoto, 2017 – © altrospaziophotography.com – courtesy of the artist

Lidia Flamia: Nel 1964, Marshall McLuhan pubblicò Gli strumenti del comunicare in cui per la prima volta formulò il concetto “il medium è il messaggio”, affidando all’artista un ruolo centrale nel sistema della comunicazione, in quanto “l’uomo che in qualunque campo, scientifico o umanistico, afferra le implicazioni delle proprie azioni e della scienza del suo tempo, è l’uomo della consapevolezza integrale.” Quando hai compreso che Instagram si sarebbe configurato come potenziale medium di comunicazione della tua produzione artistica?


Giuseppe Palmisano: Non c’è stato un vero momento, da quando ne ho ricordo condivido e utilizzo il canale del momento a disposizione come cassa di risonanza e in seguito medium.
Instagram per questo si prestava alla perfezione. Ascoltando i suoi meccanismi e in alcuni casi esasperandoli. La costante volontà di esser connessi con gli altri è diventato un modo di condividere alcuni percorsi del mio lavoro, e le stesse pratiche sono diventate condivise. Da un’altra prospettiva, invece, la presenza ingombrante dell’ altro, e altrui giudizio, che falsa alcuni percorsi, drogandoli, in alcuni casi con la falsa fama, o l’incessante richiesta di contenuti, sempre simili, che diventano una coperta di Linus per i followers mi ha spinto, tra le altre riflessioni, a cedere loro la possibilità di essere me.


L.F.: I Social Network consentono visibilità ed un’esposizione mediatica che permette di entrare in relazione immediata con un ampio pubblico, il quale può fruire delle opere d’arte a portata di un click. Nel contesto digitale quale rapporto intercorre tra l’artista e il fruitore?


G.P.: Come dicevo nella precedente risposta, questo è il punto di forza e debolezza. Sono pochi i casi in cui l’artista, usando il social network come vetrina, non si preoccupa minimamente del giudizio e può forse non esserne deviato da quest’ultimo. Per poter giovare di questo rapporto col fruitore si deve, a mio avviso, esser allenati. L’artista deve far quel che fa un comico, agire come un comico che intercetta la gag funzionante, e decide o meno di ripeterla quando è il momento. In quel caso solo il ricordo della gag può divertire il pubblico. La battuta però sarà partita dal comico, e non sarà mai una richiesta. A un certo punto quando non fa più ridere si cambia. Sempre per volontà del comico stesso che ascoltando il respiro del pubblico, se ne serve a favore della risata. Dovremmo, pubblico e artisti ascoltandoci, servire una risata.


L.F.: Agire nella sfera pubblica comporta responsabilità non indifferenti. In qualità di artista quali valori intendi trasmettere attraverso le tue opere?


G.P.: Io credo che l’arte in questo preciso istante debba servire a un cambio di velocità. A un nuovo respiro. Il mito romantico dell’artista provocatore e fuori dalle regole non mi aggrada, non lo trovo contemporaneo. Agire nel pubblico oggi significa educare il pubblico, non in senso bacchettone, ma come al solito, sottile, con le opere d’arte. Sono un fan dell’agire, dell’azione, delle opera-zioni e non delle opere da comodino. Le operazioni si fanno sempre in team e nel team si impara a respirare, con gli altri. Respirare con gli altri è il valore più raro, ora.


L.F.: Le tue fotografie ritraggono il corpo femminile in quanto massima espressione della Natura: a catturare è l’armonia compositiva e cromatica che è cifra stilistica della tua produzione fotografica. Quali artisti hanno influito nella tua ricerca estetica?


G.P.: Per quanto riguarda le mie valigie e ripostigli di immagini non ho mai trovato un vero e proprio autore. Ho sempre pensato fosse più vigile l’influenza del vissuto, del quotidiano e in grandissima parte del mio percorso adolescenziale. Dove sono cresciuto, i simbolismi, il folklore, le tradizioni e le stesse scuole hanno contribuito all’impasto finale con tutte le visioni accolte una volta via, fuori casa, da maggiorenne. Ho ritrovato a posteriori autori che erano arrivati a una forma simile, ma sono cosciente si possa, guardando passivamente le immagini, arrivare a un’estetica da percorsi completamente diversi. Per cui l’estetica è sia fredda e all’apparenza priva di racconto, e allo stesso tempo questo piena di sceneggiatura, che è il nostro percorso, umano.


L.F.: Parlaci del progetto Vuoto, la tua prima opera d’arte partecipata.


G.P.: Le nuvole quando riempiono il cielo diventano il cielo. Vuoto è accettare e vivere una condizione, attraverso gli altri, rendendola un luogo pieno e vivo.

L.F.: Il 4 Novembre 2019, hai venduto all’asta su Ebay la tua identità artistica Iosonopipo, cedendo i diritti di 123 fotografie, 1615 certificati, il sito, la mail e le pagine social. Cosa ti ha condotto a questa scelta?


G.P.: Non basterebbero tutte le uscite di questo magazine per raccontarlo. Dato che ancora oggi, a distanza di mesi, incontro le coordinate di questa decisione. Vista da questa prospettiva sono io dal futuro che ho condotto un me del passato a fargli questo regalo.


L.F.: Hai da poco intrapreso una nuova azione performativa dal titolo “Il ciclo della vita”, parlaci di questo trittico.


G.P.: Sono riflessioni e necessità che mi hanno accompagnato nel corso degli ultimi anni ed altre intuizioni sintetiche. Parlandone con il mio amico Davide, ci siamo accorti che erano legate da un filo, come solito di senso e di coerenza tanto da poter benissimo diventare un trittico. Chiederò a mia madre, che non ha mai capito e accettato il mio lavoro, di seguirmi proprio in alcuni di questi percorsi facendo quello che è nelle sue corde, nelle sue pratiche quotidiane. Attraverso le orecchiette (“41189 orecchiette, Nacque”) proverò nei 9 giorni di residenza-impasto a raccontarle del mio lavoro. Poi le chiederò di friggere “Una polpetta (Morì)”. Per cristallizzare un sapore sperando di riuscire a riviverlo prima di lasciare questo spazio-tempo, questa terra. Terra su cui nella fase centrale del trittico pianterò un albero d’ulivo, che produrrà l’olio necessario a cucinare una focaccia, nel mentre mi occuperò di tutte le materie prime e strumenti per poterla far “crescere” e cuocere. La mangerò con tutte le persone che si avvicineranno e mi aiuteranno, in un rito collettivo, che sarà elogio alla lentezza, ai cicli di vita e natura. Il ritorno alle proprie origini che non risiedono solo nel proprio paese ma nel ritrovare le proprie velocità che dimentichiamo non appena in contatto con il mondo.


L.F.: Quale obiettivo desideri raggiungere attraverso la tua arte?


G.P.: Mi sembra di chiedere a una goccia di pioggia dove cadrà. Mi piacerebbe, al massimo, che qualcuno esca dall’abitacolo della propria macchina durante un temporale estivo, alzi lo sguardo e ne gestisca le conseguenze.


L.F.: Regalaci una riflessione sul contemporaneo.


G.P.: Alzate lo sguardo qui, su!

Vuoto, 2017 - © altrospaziophotography.com - Giuseppe Palmisano - courtesy of the artist
Vuoto, 2017 – © altrospaziophotography.com – courtesy of the artist
Vuoto, 2017 - © altrospaziophotography.com - Giuseppe Palmisano - courtesy of the artist
Vuoto, 2017 – © altrospaziophotography.com – courtesy of the artist
Vuoto, 2017 - © altrospaziophotography.com - Giuseppe Palmisano - courtesy of the artist
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