IL TERZO SPAZIO

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QARM QART X FLAVIA MALUSARDI

Senza Titolo, da Imaginary Graffiti - QARM QART - courtesy of the artist
Senza Titolo, da Imaginary Graffiti – courtesy of the artist

Il Mogamma’ El Tahrir al Cairo è un massiccio edificio modernista degli anni 40 che concentra le agenzie amministrative del Ministero dell’Interno. Per gli abitanti della città è una mastodontica e odiosa macchina burocratica dove si trascorrono frustranti ore a vagare nei meandri di uffici, corridoi e archivi disordinati.
Una foto del Mogamma’ è incorniciata alle spalle di Qarm Qart (nome d’arte di Carmine Cartolano) mentre parliamo per questa intervista. Sulla facciata del palazzo, le grandi immagini dei volti sognanti di Omar Sharif e Faten Hamama, due amatissimi divi del cinema egiziano anni ’50. È notte, i lampioni della piazza illuminano la scena di una soffusa luce dorata e si riflettono in un’ampia pozzanghera formatasi dopo un violento acquazzone estivo.
L’opera racchiude tutta la visionarietà poetica di Carmine: ritrae un Mogamma’ come non lo si era mai visto, sospeso in un’atmosfera magica che lo trasforma in un luogo nuovo, surreale.

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Flavia Malusardi: Il Cairo è una megalopoli ricca di cultura, storia, vita ma anche difficoltà e molte contraddizioni. Penso non solo alle tue opere ma anche al tuo primo libro, Masriyano (2012), che la racconta con gli occhi di uno straniero che vive qui da tanti anni e la considera casa propria. Come definiresti il tuo rapporto con questa città e la sua quotidianità, che sembrano essere lo stimolo principale per la tua pratica?


Qarm Qart: Il Cairo è fondamentale per me, un vero e proprio punto di partenza sempre carico di meraviglie. Persino dopo tanto tempo, riesce a sorprendermi con i suoi paradossi di colori e forme fisiche e umane: qui trovo un linguaggio e una visualità che non fanno parte del mio ‘vocabolario’.
Dai suoi abitanti traspare un’identità e un’umanità che osservo costantemente, con una curiosità genuina. Nella mia vita quotidiana e nel mio lavoro non assumo mai nessun atteggiamento di superiorità “orientalista” né filtro la realtà con gli stereotipi dello straniero, ma mi pongo costantemente sullo stesso piano di un egiziano. Pur essendo fortemente legato alle mie radici, mi sento a metà tra due culture, sospeso in un ‘terzo spazio’, ma fortemente partecipe di questo tessuto sociale in cui cerco di fondermi, parlandogli attraverso le mie opere.


F.M.: Spesso il tuo lavoro viene definito ‘divertente’, ‘giocoso’ ma tu condividi questa definizione solo in parte: dietro alle tinte brillanti tratti tematiche molto forti come le molestie sessuali o l’inquinamento insostenibile.


Q.Q.: Il cuore del mio lavoro è costituito dalle difficoltà che gli egiziani affrontano quotidianamente e dal rapporto che si sviluppa con il Cairo, che assume le caratteristiche di un corpo vivente e tentacolare. Negli anni, i miei interessi si sono sviluppati e hanno assunto forme differenti anche se le mie opere sono accomunate da colori vivaci, materiali e immagini associati allo svago, al gioco e al divertimento. Riservo sempre un’attenzione particolare per le tecniche usate, in continua evoluzione perché mi piace impararne di nuove, studiarle e padroneggiarle al meglio. Per Photoshop e il ricamo, ad esempio, ho impiegato ore di studio e di pratica attraverso libri e corsi. Sono molto preciso, attento ai dettagli, e la realizzazione dell’opera, che spesso richiede moltissimo tempo, diventa una
sfida personale dove il processo di creazione è quasi una catarsi. Tuttavia, la mia ricerca non si limita mai a essere solo estetica; al contrario, indaga tematiche trasversali quali la società, la lingua, l’identità. È una pratica di denuncia molto sottile, con riferimenti velati dettati dalla presenza di una censura capillare. Credo che il modo più efficace di operare in questo contesto sia ricorrere alla satira, alla risata amara che fa riflettere. Il mio lavoro ha quindi molti livelli di lettura, a seconda della profondità a cui l’osservatore vuole spingersi nell’analisi.

Boiling Nut - Qarm Qart - courtesy of the artist
Boiling Nut – courtesy of the artist

F.M.: E’ in questa città che per la prima volta ti sei avvicinato all’arte. Nella tua carriera ci sono state alcune persone e tappe importanti. Vorrei ripercorrerle con te.

Q.Q.: Qui ho conosciuto il fotografo Derno Ricci, un caro amico e un mentore che ho ammirato e stimato molto, e mi sono appassionato alla missione di Mashrabia Gallery of Contemporary Art, la galleria che ora mi rappresenta sotto la direzione di Stefania Angarano. Con Derno è nata una collaborazione che ha portato alla mia prima mostra, 2Kitching, DernoCarmine (2007). Il lavoro presentava una serie di foto in bianco e nero di cibo e oggetti legati alla cucina egiziana che manipolavo con l’aggiunta di paillettes, perline, ricami, pellicce e stickers che impreziosivano ciò che era considerato povero e popolare.
Quando Derno è mancato, è stata Stefania a incoraggiarmi e a sostenermi perché continuassi il mio percorso di artista. Il 2011 è stato un anno di svolta per l’Egitto e anche per tutti noi che viviamo qui.
Si respirava una forte aria di cambiamento e l’entusiasmo di manifestare le proprie idee ha toccato anche il mondo dell’arte. Quell’anno, IF è stata la mia prima personale e la mia consacrazione. Era una mostra di grande denuncia, che analizzava le problematiche del Paese mettendone a nudo – tra l’altro – il malgoverno, spesso citando direttamente il deposto presidente Hosni Mubarak.

What if…we give hope to our children - Qarm Qart - courtesy of the artist
What if…we give hope to our children – courtesy of the artist
What if … I was not in Egypt - Qarm Qart - courtesy of the artist
What if … I was not in Egypt – courtesy of the artist


F.M.: Nel 2014 ero l’assistente della direttrice Stefania Angarano, e a Mashrabia hai presentato *Restart. Durante l’elaborazione ne abbiamo parlato molto, al punto da svilupparne alcune parti insieme. La scelta del titolo non è casuale, per te è stato un vero e proprio re-inizio.


Q.Q.: *Restart è legata all’idea del labirinto, che all’epoca per me era la metafora del Cairo. Ricorderai che durante la Rivoluzione il regime costruiva muri di cemento per impedire l’accesso al centro cittadino e a piazza Tahrir, con conseguenze devastanti sulla viabilità. Era stato edificato un vero e proprio labirinto, all’interno del quale si snodavano la povertà, l’assenza di diritti, l’inquinamento, la censura, le molestie sessuali. La Rivoluzione è stato un processo travagliato, ma nel 2014 era chiaro che le aspirazioni degli egiziani purtroppo non sarebbero riuscite a risolvere facilmente questi problemi. Al dedalo che affrontavo ogni giorno si è aggiunta una rete di incertezze e dilemmi interiori, determinata anche da importanti eventi personali.


F.M.: Nel corpus del progetto la foto The Stranger. Albert Camus è particolarmente significativa in relazione alla tematica della mostra: la straniante sagoma di un busto composto da decine di tessere del domino, su uno sfondo che richiama il labirintico stile cufico della scrittura araba. In primo piano, alcuni dadi sono rimasti sospesi nel loro lancio, e non sapremo mai quale numero uscirà. Tutta l’opera è composta da livelli sovrapposti di dubbi e insicurezze.


Q.Q.: Nelle foto di *Restart c’è tutto questo: la capacità di ricominciare nonostante tutto, di ritrovarmi come essere umano, di ‘scendere in strada’ come si chiedeva alla popolazione durante le proteste del 2011, di affrontare l’esercito di scimmioni armati che circondano le scarpette rosse, di prendersi cura di spazi pubblici martoriati da politiche dissennate.

The Stranger - Albert Camus - Qarm Qart - courtesy of the artist
The Stranger – Albert Camus – courtesy of the artist
A Million Miles In A Thousand Years – Donald Miller – courtesy of the artist


F.M.: La tua pratica artistica si intreccia con un’altra grande passione, la letteratura. La mostra Qarboush – Echoes of Naguib Mahfouz rappresenta il climax di questo scambio. Partendo da episodi, frasi e momenti ‘chiave’ della Trilogia del Cairo, dello scrittore Naguib Mahfouz, hai proposto una rivisitazione personale del tarboush, fondendo alla parola il tuo nome d’arte.


Q.Q.: Qarboush nasce da una coincidenza: avevo acquistato per gioco un tarboush, il copricapo rosso noto anche come fez, che gli uomini indossavano in epoca Ottomana. Ora il tarboush è diventato per lo più un souvenir turistico e così ho riflettuto sulla perdita di elementi identitari che spesso risentono della globalizzazione culturale. In quel periodo stavo leggendo La Trilogia del Cairo, che segue la storia di una famiglia egiziana dagli anni venti, con la Rivoluzione contro l’occupazione colonialista inglese, fino alla fine della Seconda Guerra Mondiale: le vicende dei personaggi sono un’allegoria della vita sociale e politica dell’Egitto stesso. Il tarboush è un elemento che ricorre spesso nelle pagine del libro e ha stimolato una rilettura di questo oggetto dimenticato, che è diventato la ‘tela’ delle trenta opere che compongono la mostra. I lavori affrontano questioni che, già messe in evidenza da Mahfouz, affliggono la società egiziana ancora oggi: il desidero di cambiamento e la garanzia di diritti minimi, la religione, la relazione tra uomo e donna, la libertà femminile.

Senza titolo - dalla mostra Qarboush - Qarm Qart - courtesy of the artist
Senza titolo – dalla mostra Qarboush – courtesy of the artist


F.M.: … e il rapporto con la città e i suoi spazi, un tema al centro del tuo progetto Imaginary Graffiti Manifesto, esposto a Mashrabia nel gennaio di quest’anno. Come curatore della mostra, ho riflettuto molto sul valore che lo spazio pubblico assume in una realtà come l’Egitto, dove il governo di stampo dittatoriale promuove piani urbanistici che escludono il verde e gli spazi aperti e tende a soffocare i luoghi di incontro della comunità, come le piazze.


Q.Q.: Imaginary Graffiti vuole essere un manifesto che propone una nuova prospettiva per rapportarsi con questa città. Il Cairo è vittima di politiche che non la valorizzano, la trascurano e anzi arrivano persino a distruggerla: penso ai palazzi d’epoca lasciati in rovina o alle architetture islamiche demolite per fare spazio a superstrade o ad anonimi casermoni. Credo non si tratti solo di una questione economica, ma anche di una cancellazione sistematica di un patrimonio culturale. Il progetto raccoglie venti foto di edifici di Downtown, sui quali ho immaginato di creare graffiti con le immagini delle star dell’età d’oro del cinema di Hollywood ma anche di quello egiziano, in cui recitavano attori amatissimi dal pubblico come Omar Sharif o Soad Hosni. Purtroppo al Cairo è molto difficile realizzare concretamente iniziative di questo tipo, quindi ho fatto ricorso a Photoshop e ho manipolato le foto degli edifici – sono graffiti immaginari, appunto.


F.M.: Inizialmente hai postato le foto sui tuoi social media e hanno ottenuto un successo strepitoso, raggiungendo anche migliaia di condivisioni. Durante l’elaborazione della mostra e della curatela, abbiamo discusso molto sull’importanza che ha per te questa possibilità di interagire direttamente
con il pubblico.


Q.Q.: Riuscire a creare un dialogo è cruciale per me, in questo è decisivo il mio lavoro di insegnante.
Mentre ideavo questa mostra, avevo in mente un messaggio preciso soprattutto per i miei studenti, a cui spesso mancano modelli di riferimento validi. Le opere che compongono Imaginary Graffiti offrono all’osservatore uno sguardo diverso su quello che vede ogni giorno, tentano di rompere una monotonia visiva, e così spingono a vedere e vivere diversamente lo spazio che lo circonda. Inoltre, riprendono l’idea del graffito, che è per antonomasia la forma di opera d’arte più accessibile e fruibile da un pubblico ampio e non necessariamente specializzato. Venendo meno alle logiche di mercato, ho scelto di produrre fotografie e poster con un’alta tiratura e dal prezzo contenuto e accessibile a un pubblico giovane.

Senza Titolo, da Imaginary Graffiti - Qarm Qart - courtesy of the artist
Senza Titolo, da Imaginary Graffiti – courtesy of the artist
Senza Titolo, da Imaginary Graffiti - Qarm Qart - courtesy of the artist
Senza Titolo, da Imaginary Graffiti – courtesy of the artist
Senza Titolo, da Imaginary Graffiti - Qarm Qart - courtesy of the artist
Senza Titolo, da Imaginary Graffiti – courtesy of the artist


F.M.: Come ti situi all’interno del sistema dell’arte in Egitto? Sei rappresentato da Mashrabia Gallery of Contemporary Art, che nella sua carriera trentennale ha giocato un ruolo pionieristico nella formazione di una scena emergente. Il tuo lavoro però è stato anche all’estero, a Beirut, a Madrid, a Londra e naturalmente in Italia.


Q.Q.: In Egitto ci sono spazi indipendenti molto validi ma la situazione generale non favorisce la formazione di una vera rete, un sistema. Inoltre, benché l’importanza che attribuisco alla mia pratica sia cresciuta negli anni, continuo a considerarmi un artista insolito, dal momento che approccio la mia pratica in maniera spontanea ed estremamente libera. Mi definirei un outsider del sistema dell’arte, in cui intrattengo rapporti personali di amicizia più che professionali. Oltre alla Mashrabia, collaboro con Artegiro di Renata Summo-O’Connell e con Najlaa Elageli, che ha incluso il mio lavoro Oui, slips! nella mostra Pop Art in North Africa che si è tenuta a Londra a P21 Gallery. Essere riconosciuto anche all’estero è stato un passaggio importante e ha rappresentato un grande stimolo.

Qarm Qart è artista, scrittore, traduttore e insegnante di italiano presso l’università di Helwan. Dal 1999 vive al Cairo, dove si è trasferito per studiare l’arabo.

Sito web dell’artista: qarmqart.com