NON DIVINITÀ, MA DRAG QUEENS

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INTRODUZIONE DI FRANCESCA DISCONZI

Nel mondo della performing art, il corpo con il suo linguaggio – fulcro del discorso – assume connotazioni e significati via via differenti.
Mettendo il corpo al centro del rituale performativo, si contestualizzano e fissano con maggior precisione alcuni significati, spesso politici e sociali.
Leigh Bowery segue quel flusso dell’arte performativa che inscenando e adottando identità diverse, ricorrendo a maschere, costumi e travestimenti, esplora i codici delle nozioni di razza e di genere.
L’artista adottava “look” teatrali che lo liberavano dalla timidezza, cercando di dare un’immagine più sicura di sé: un filtro che gli permetteva di esplorare le proprie paure e desideri in mezzo alla folla dei locali notturni undeground, sfidando i dettami del buon gusto, azzerando i confini tra normalità e perversione.


Abbiamo deciso di inaugurare la serie di progetti “Ibridazioni” con un omaggio a questo artista, poiché il tema dell’identità di genere è oggi più che mai attuale.
Il progetto ha avuto una genesi e uno sviluppo naturale: la drag queen Lucrezia Borkia (1) ha saputo vestire i panni di Leigh Bowery portando sulle spalle tutte le implicazioni sociali della ricerca artistica del performer.
Nasce così questa serie di fotografie scattate da Alberto Nidola corredate da un testo inedito di Matteo Gari.


NON DIVINITÀ, MA DRAG QUEENS (A CURA DI MATTEO GARI)

L’impronta che alcuni artisti hanno lasciato nella cultura è così profonda da permanere per lungo tempo, anche quando del loro nome si è persa la memoria. Leigh Bowery, modern art on legs nella definizione di Boy George, ne è un esempio speciale. Questo uomo bizzarro e dalla stazza gigantesca ha animato il mondo dei club underground di Londra negli anni Ottanta, scuotendo i mondi dell’arte e della moda, tra un drink e una sfilata.

Nell’autunno del 1980, a diciannove anni, si trasferisce a Londra dalla cittadina operaia di Sunshine in Australia, armato solamente di una valigia, una macchina da cucire portatile e il sogno di entrare nel mondo della moda. In poco tempo si impone nella scena dei New Romantics, a colpi di carisma, battute sagaci e costumi da togliere il fiato. Grazie ai suoi outfit e make-up, curati nei minimi dettagli, e alla sua presenza scenica, che ribalta la grammatica del corpo e del genere, è presto diventato un’icona in città. Per Bowery inizia una nuova era quando nel 1985 apre il suo Taboo Club a Leicester Square. Qui i suoi ideali prendono forma: vivere la vita al massimo, senza restrizioni e farlo vestiti come se fosse l’ultima notte della propria vita. In breve tempo il locale diventa il punto di ritrovo dei protagonisti della cultura, da musicisti come i Depeche Mode, i New Order e Mick Jagger, ad artisti come Derek Jarman e Ceryth Wyn Evans.

Lo spirito irriverente di Bowery ha cambiato le carte in tavola di qualsiasi cosa gli si presentasse davanti: moda, musica, arte, danza o teatro. Il fashion system, con i suoi modelli perfetti e gli ideali di bellezza, per lui “puzzava”. Nel 1983 afferma la propria idea di moda, intesa come individualità e libertà totale al di fuori degli schemi, alla Performing Clothes Week dell’Institute of Contemporary Art, sconvolgendo il pubblico con un fashion show in cui i modelli sfilano sotto effetto di allucinogeni.

Il suo atteggiamento fuori dagli schemi ha ispirato grandi stilisti come Alexander McQueen, Vivienne Westwood, Jean Paul Gaultier e John Galliano. Bowery realizza i suoi abiti in casa, con stoffe acquistate nei negozi di Brick Lane, tra un turno di lavoro da Burger King e l’ennesimo party. La teatralità dei suoi look attira la curiosità del ballerino e coreografo scozzese Michael Clark, al tempo giovane promessa della Royal Ballet School. Assunto ufficialmente come costumista dalla Michael Clark Dance Company viaggia il mondo e nel 1987 vince il Bessie Award, per i miglior costumi, con lo spettacolo No Fire Escape in Hell. Per quanto amasse abbigliarsi, a un certo punto della sua vita, la nudità diventa un punto centrale delle sue produzioni.

I suoi non sono i classici vestiti: i corsetti, le maschere e il lattice combattono con il corpo che li accoglie, piegandolo, strizzandolo e contorcendolo. Al Taboo il pittore Lucian Freud rimane stregato dalla fisicità larger than life di Bowery. Nel 1993, alla mostra personale di Freud alla White Chapel Gallery troneggiano i dipinti che ritraggono Leigh: un tripudio di carne, nuda e cruda, grottesca e onesta. La loro collaborazione tramutata velocemente in amicizia rappresenta un punto di svolta nella vita di Bowery, che acquista molta credibilità all’interno della cerchia dell’arte. Freud adorava la sua “bellezza perfetta”, dal colore della pelle all’abbondanza di carne, ma più di tutto la sua mente brillante.

Il coraggio e il vigore delle trasformazioni che Bowery applica sul proprio corpo eliminano ogni tipo di pudore e inibizione e lo rendono potenzialmente capace di tutto. Nelle fotografie scattate da Fergus Greer, nei video di Ceryth Wyn Evans e Charles Atlas o nelle sue performance, Bowery offre il suo corpo per disturbare, intrattenere e stimolare chi lo guarda. Le sue esibizioni mettono in gioco elementi della cultura Pop, Camp e Trash in situazione paradossali in cui Leigh “partorisce” Nicola Bateman, amica e moglie, richiamando alla mente Divine dei film di John Waters e la band shock rock Jimmy and the Boys. Nel 1988 realizza una performance, invitato da Anthony D’Offay nella sua galleria, che lo consacra al mondo dell’arte istituzionale. Bowery sdraiato su una poltrona si offre allo scrutinio del pubblico attraverso uno specchio, indossando ogni giorno un look differente, mentre due altoparlanti riproducono i rumori della strada e nell’aria vengono diffusi aromi di banana e marshmallow. Bowery diventa uno specchio scintillante in grado di riflettere nitidamente i pensieri più profondi, consci e non, di chi ci si affaccia. Rivedersi nella sua straordinaria e curiosa presenza fisica permette di essere sé stessi in un modo totalmente straordinario, catartico e liberatorio. Leigh Bowery è stato unicamente ed eccezionalmente sé stesso, fino alla fine della sua vita arrivata a causa dell’AIDS il 31 dicembre 1994. Nel suo testamento chiede di essere seppellito insieme alla madre in Australia e che al funerale non venga nominato Dio. Non ha forse lasciato molto di concreto dietro di sé, ma il suo messaggio è ben chiaro: sii coraggioso e raggiungi ciò che disideri alla tua maniera.

Fotografie di Alberto Nidola

(1) Lucrezia Borkia è una giunonica e formosa drag queen torinese. Personaggio poliedrico (conduttrice, indossatrice curvy, cabarettista e show girl), nasce come sceneggiatrice e attrice di musical e sceglie, a un certo punto della sua carriera, di indossare tacchi e parrucca per sperimentare nuove forme d’arte. Lucrezia Borkia ama alternare gli spettacoli comici a quelli emotional, restando sempre fedele alle sue origini teatrali.